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martedì 3 marzo 2009

Credit cards: una bolla speculativa


In America qualcuno dice che il disastro è cominciato quando con un rettangolo di pastica, tutti si sono sentiti autorizzati a comprare quello che non si potevano permettere e questo mi ha ricordato la chiosa che mancava nell'avventura turkmena del post Cocoons dell'altro giorno. Riprendo dunque dal punto in cui lasciammo Bulik ed Andrej sulla porta della Banca Nazionale Turkmena. Sfogata la rabbia contro i nostri accompagnatori, cercammo prima di mettere qualcosa sotto i denti e finimmo in una squallida stalovaija indicataci dall'albergatore, dove in un puzzo da ospedale psichiatrico dell'ottocento, ci trincerammo dietro ad un tavolaccio coperto alla meglio da una tovaglia, dove le parti non chiazzate da unti diversi per qualità ed epoche, erano poco evidenti. Preceduta da un grato effluvio di cavolo bollito, un rubicondo e cospicuo donnone arrivò direttamente con due scodelle sbrecciate di chorba bollente, ricca a sufficienza di peperoncino per anestetizzarci completamente il cavo orale, così da impedirci di contestare i sapori di un secondo costituito da cavoli e altri materiali proteici nerastri di difficile identificazione. Stefania aveva tentato, pronunciando interrogativamente la parola menu, di renderci partecipi alle decisioni del mastro di mensa, ma una specie di ghigno senza parole le avevano subito tolto ogni velleità. Lasciammo sulla tovaglia marezzata i couponi che ci eravamo procurati all'ingresso con i tenghé rimasti e subito ci dirigemmo decisi per risolvere il problema più importante: trovare i biglietti aerei che ci avrebbero permesso di abbandonare per sempre Asghabad, la perla del deserto del Turkestan. Questa dei biglietti è una cosa curiosa, ma assai normale nel periodo sovietico. Bisognava subito lasciare da parte idee strane e ridicole, come recarsi alla biglietteria e comprarli. Era d'obbligo invece, avere qualche conoscenza o amicizia che sapesse indicare una struttura dove, in qualche meandro segreto si trovava un ufficio in cui, a volte, si trovavano i biglietti cercati. Il bancario, che ci aveva visto abbacchiati e poichè sembravamo persone serie, si era fatto carico, tramite un amico, di indicarci il palazzo giusto. Come in una caccia al tesoro, Stefania risolse alfine il bandolo della matassa che ci permise, chiedendo qua e là, di accedere ad un sotterraneo dove, in fondo ad un corridoio c'era un ufficio con una grata di sbarre lucenti. L'addetta, alla vista di due stranieri spaesati ma decisi, si risvegliò dal torpore postprandiale e cercò di esibire quello che riteneva essere un sorriso. Scoprì quindi due arcate dentali, completamente ricoperte di acciaio inox, che seppure inquietanti, non ci furono d'ostacolo, anzi i biglietti per il pomeriggio furono staccati senza ulteriori problemi. Al momento di pagare, esibimmo la mia carta di credito Visa. Squalo (ormai l'avevamo battezzata così) rigirò tra le mani il rettangolo di plastica con aria interrogativa, che non mutò anche alla successiva presentazione di carta American Express, chiedendo cosa dovesse fare di di quei curiosi oggetti. Alle spiegazioni di Stefania illustranti l'utilizzo della carta di credito, scoppiò in un riso irrefrenabile, chiamando a sè i suoi sodali, una biondotta slavata che si stava coprendo di rossetto consistenti porzioni di epidermide ed uno scurissimo figuro con un unico sopracciglio cesposo che gli incorniciava entrambe le arcate. Vollero ancora farsi spiegare più volte l'utilizzo del mezzo, senza voler credere che dei matti volessero comprare biglietti mostrando dei pezzi di plastica. Con i dollari che avevo come di consueto nascosto nella tasca da mutanda, risolvemmo il problema e lasciammo il luogo seguiti dai lazzi dei tre che ci davano degli italiani burloni. Attraversammo la città scalcagnata come la Zhigulì che ci portava all'aeroporto nuovo di zecca, inaugurato da pochi giorni, tutto marmi italiani, telecamere, scale mobili e porte scorrevoli automatiche. Il gabelliere mi succhiò ulteriori 50 dollari adducendo imprecisioni nelle papke di espatrio, quindi uscimmo verso la porta che ci avrebbe consegnato al tunnel dell'aereo, alla libertà. Purtroppo la porta automatica non si aprì, non funzionava, come la quasi totalità dell'aeroporto. Quando giunse un omino per sbloccare il meccanismo ed aprire le ante, corremmo verso la salvezza. La puzza di gatto morto ci seguì fino a Mosca.

Cocoons


Gospadin Bulik era un Karachaijevo allampanato, sempre stretto in un cappottino liso e leggero, anche in gennaio. Aveva una barbetta rada ed i capelli corti sotto un cappello di pelle nera di antico uso, al di sotto del quale, due occhietti da faina ti esaminavano, sempre un po' in tralice. Andrej assicurava che avesse potenti contatti in Asia centrale, ma quando eravamo andati nel suo ufficio, un buchetto scuro in una specie di conteiner di compensato, non ci aveva fatto una grande impressione. Si occupava soprattutto di trading di cotone dai paesi di lingua turchesca che dominava assai bene, parlando sempre con voce cupa e bassissima. Era un affare grosso quello che aveva per le mani. In Turkmenistan venivano prodotte grosse quantità di bozzoli da seta che, per la mancanza di macchine adatte andavano per la maggior parte perduti. Un progetto ambizioso, da almeno 5 milioni di dollari. Avevamo lavorato per mesi all'idea, con una interessante triangolazione che lo rendeva molto competitivo. La prima parte delle macchine per trattare i bozzoli venivano acquistate in Cina (l'unico posto dove venissero ancora prodotte), mentre quelle più sofisticate della seconda parte dell'impianto, le avremmo ordinate a Como, centro della lavorazione della seta. Noi saremmo stati i main contractors del progetto e del commissioning. Bulik ci confermò con mezze ammissioni che l'offerta era molto piaciuta. Era quindi venuto il momento di chiudere il contratto. In una gelida mattina di gennaio, ci ritrovammo quindi nel cadente stanzone di attesa (sala è un po' troppo) dell'aeroporto di Mineralnije Vady nel Caucaso, con Stefania, Andrej e Bulik, seduti sulle panche di faesite scrostata, prima di salire sul gigantesco Iljiushin per Ashgabad. Saremo stati al massimo una trentina e le hostess (nessuna di peso inferiore ai cento chili netti) ci fecero sedere tutti in fondo all'aereo, in una tremenda puzza di gatto morto, in quanto pare che quel modello decollasse meglio se ha tutto il peso in coda. In qualche modo il volo si concluse positivamente, depositandoci in Turkmenistan in condizioni igieniche deprecabili. Pensavamo di rassettarci alla meglio in albergo, ma l'orrenda bicocca scelta da Bulik, a suo dire il meglio che offriva la piazza, ci depresse ulteriormente. Come di consueto, il figuro al bancone fece un sacco di problemi; infine riuscimmo ad ottenere almeno due stanze col pavimento coperto di scarafaggi morti e bucce secche di mandarino . Demmo la migliore, se così si può dire, a Stefania, già molto innervosita, io mi presi l'altra, mentre i nostri due, adducendo varie scusanti, si arrangiarono nel ricovero della dejurnaija, una matrona imbellettata che esibiva una nona sotto una maglietta pelosa di angora cinese. Mi rinchiusi, dopo che un topo, ma piccolo, era sgusciato nel corridoio, vagamente illuminato da fioche lampadine, in maggioranza bruciate o mancanti del tutto. Una notte difficile, circondati dalle orde dei germi dell'Asia Centrale, ultimo rifugio della peste bubbonica. Fu un risveglio doloroso, essendo poco praticabili le toilettes, con un tentativo di colazione con cetrioli in composta, pane cementizio e smietana. Alle dieci ci aspettava il cliente per illustrare il progetto. Era in ritardo, ma quando arrivò, la delusione ci fece quasi cadere tutta la documentazione che avevamo accuratamente preparato. Ci si parò innanzi una specie di pastore asiatico leopardiano, male in arnese, con una dubljionka spelacchiata da cui spuntava una giacchetta stazzonata, che spiegò a Bulik come il progetto andasse benissimo, mentre alla mia insistente e dubitosa domanda - Dienghy iest? - (ma i soldi ci sono?) fece spallucce, dicendo che dovevamo andare in banca per il finanziamento. Stefania mi lanciava occhiate interrogative, io cercavo assicurazioni da Andrej che a sua volta le chiedeva ad un sempre più impenetrabile Bulik. Giungemmo alla banca prima di mezzogiorno ed il nostro pecoraio, che per tutto il tragitto ci aveva illustrato le montagne di bozzoli in attesa di essere trattati, fu ricevuto con Bulik in direzione. Dopo un quarto d'ora, i due uscirono a testa bassa, cercando di guadagnare l'uscita con lo sguardo bastonato del cane a cui è scappato il gregge. Il direttore si avvicinò a noi con aria di scusa e ci spiegò che il nostro cliente non aveva ben chiaro come funzionassero i finanziamenti e che aveva creduto che, complice la perestroijka, fosse sufficiente andare in banca a chiedere il denaro (5 milioni di dollari) per ottenerlo! Era assai spiaciuto perchè riteneva il progetto molto interessante, ma come tutti i banchieri, in mancanza di garanzie... allargò le braccia. Inseguimmo i due e caricammo di contumelie il pastore, che se la filò in fretta promettendo futuri e certi finanziamenti, magari in miliardi di tenghé, la valuta locale, Bulik che ci aveva trascinato in quella sciocchezza, costataci tanto impegno e Andrej che non aveva controllato la serietà della cosa. Lasciammo Bulik al suo destino e quando tempo dopo ci contattò per proporre un ricco baratto di venti chili di veleno di api e bile di orso in cambio di impianti, staccammo il fax per non sprecare carta.