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martedì 3 marzo 2009

Del maiale non si butta via niente


Un amico malizioso, mi ha mandato l'altro giorno una foto che interpreta con fantasia morbosa un particolare di una kalbasà moscovita, una sorta di salama mortadellica di grande appeal nella santa madre Russia nel periodo eltziniano. Ebbene il Miassakombinat che la produceva, era un nostro affezionato cliente, a cui avevamo fornito diverse cose, in settori assai distanti tra loro, come accadeva in quei periodi in cui alle poche ditte accreditate veniva richiesto di fare trading su un po' di tutto. La peculiarità della fabbrica, che occupandosi della trasformazione de maiali, di cui, notoriamente anche in Unione Sovietica, non si butta via nulla, era di avere molte attività collaterali alla produzione dei salami, al fine di utilizzare appunto ogni parte dei preziosi suini. Tra le altre cose, una sezione cosiddetta "artistica" trasformava le ossa in graziose spille traforate per capelli, mentre la parte non edibile del grasso meno nobile, veniva data in gestione alla sezione "cosmetica" per la produzione di creme per il corpo dalle caratteristiche miracolose. Purtroppo, in quel tempo, successivo a quello in cui i prodotti neanche si trovavano, uno dei problemi maggiori era quello di conferire ai prodotti stessi un confezionamento attrattivo a simiglianza di quelli, ambitissimi, occidentali. Eravamo stati quindi incaricati di fornire un vagone (questa era la tipica unità di misura delle forniture) di lucidissimi barattoli per una miracolosa crema da piedi, capace di ammorbidire qualunque sovietica callosità con le relative attraenti e colorate, etichette autoadesive. Eravamo naturalmente presenti mentre, nel grande laboratorio in cui, uno stuolo di donnoni paludati in camici antisettici, forse residuati provenienti da un centro di ricerche spaziali, apriva gli scatoloni dal vagone appena scaricato con gridolini da ammirazione per lo squisito design italiano. Esaminavano le etichette, lodando il gusto della grafica che avevamo commissionato con stile vagamente liberty e, dopo averle suddivise con cura accanto a pile di lucidi barattoli già posti sui banconi, si apprestarono al tentativo di applicarle. Fu l'inizio del dramma. Ogni etichetta staccata dal supporto autoadesivo, rimaneva leggermente arricciata nelle manone dell'operatrice che, mentre cercava di applicarla al vasetto cilindrico, lo faceva rotolare qua e là. Nel tentativo di inseguimento, le sfuggenti confezioni correvano sui tavoli cadendo poi rumorosamente a terra o venivano goffamente trattenuti dai gomiti delle operatrici che, con entrambe le mani impegnate riuscivano a malapena, nel migliore dei casi, ad applicare l'etichetta tutta storta. Il panico cominciava a diffondersi, mentre l'ingegnere capo, responsabile della divisione ci guardava con preoccupazione, non tanto per contestarci la tipologia della fornitura, quanto per constatare disarmato l'inadeguatezza delle strutture alla modernità che incombeva. Questo senso di inferiorità rispetto alla tecnologia occidentale assolutamente infondato, era però tipico del periodo del crollo dell'URSS e qualunque indicazione proveniente dall'occidente era presa come oro colato e produsse negli anni seguenti tragici disastri nella nascente economia russa a partire dalle truffe delle finanziarie piramidali, per arrivare allo smantellamento di industrie di alta tecnologia per sostituirle con imbottigliamenti di Coca Cola. In ogni caso il momento era critico. I resposabili ci guardavano ormai come la Madonna di Fatima, al fine di avere una soluzione che non decretasse il tragico errore nell'investimento. Utilizzammo una lavagna opportunamente presente nella sala riunioni per estrinsecare il nostro progetto. Si trattava di prendere un pezzo di legno, un'assicella, scavarvi un avvallamento della dimensione del barattolo, dove questo sarebbe stato deposto e quindi tenuto ben fermo. Sarebbe quindi stato un giochetto per le varie Tatiane e Natashe, applicare le desiate etichette. Fu subito convocato il disegnatore capo, che produsse al tecnigrafo il progetto del pezzo, inviato con un veloce messo all'officina aziendale e già nel primo pomeriggio, tutto il reparto era in grado di sfornare i primi barattoli di crema da piedi "La delizia delle estremità" e lanciarli sul mercato sottostante, come dicevano Cochi e Renato. Nella cena grandiosa che ne seguì, il presidente lodò molto il nostro fondamentale intervento, mentre il glavnij inghenier assentiva con il capo, sottolineando: "Italianskajia tecnologhia". Finì come sempre a vodka accompagnata però appunto dalla salama di cui sopra, la migliore del mondo, come precisava di tanto in tanto il Presidient, levando il bicchiere per il brindisi.

Credit cards: una bolla speculativa


In America qualcuno dice che il disastro è cominciato quando con un rettangolo di pastica, tutti si sono sentiti autorizzati a comprare quello che non si potevano permettere e questo mi ha ricordato la chiosa che mancava nell'avventura turkmena del post Cocoons dell'altro giorno. Riprendo dunque dal punto in cui lasciammo Bulik ed Andrej sulla porta della Banca Nazionale Turkmena. Sfogata la rabbia contro i nostri accompagnatori, cercammo prima di mettere qualcosa sotto i denti e finimmo in una squallida stalovaija indicataci dall'albergatore, dove in un puzzo da ospedale psichiatrico dell'ottocento, ci trincerammo dietro ad un tavolaccio coperto alla meglio da una tovaglia, dove le parti non chiazzate da unti diversi per qualità ed epoche, erano poco evidenti. Preceduta da un grato effluvio di cavolo bollito, un rubicondo e cospicuo donnone arrivò direttamente con due scodelle sbrecciate di chorba bollente, ricca a sufficienza di peperoncino per anestetizzarci completamente il cavo orale, così da impedirci di contestare i sapori di un secondo costituito da cavoli e altri materiali proteici nerastri di difficile identificazione. Stefania aveva tentato, pronunciando interrogativamente la parola menu, di renderci partecipi alle decisioni del mastro di mensa, ma una specie di ghigno senza parole le avevano subito tolto ogni velleità. Lasciammo sulla tovaglia marezzata i couponi che ci eravamo procurati all'ingresso con i tenghé rimasti e subito ci dirigemmo decisi per risolvere il problema più importante: trovare i biglietti aerei che ci avrebbero permesso di abbandonare per sempre Asghabad, la perla del deserto del Turkestan. Questa dei biglietti è una cosa curiosa, ma assai normale nel periodo sovietico. Bisognava subito lasciare da parte idee strane e ridicole, come recarsi alla biglietteria e comprarli. Era d'obbligo invece, avere qualche conoscenza o amicizia che sapesse indicare una struttura dove, in qualche meandro segreto si trovava un ufficio in cui, a volte, si trovavano i biglietti cercati. Il bancario, che ci aveva visto abbacchiati e poichè sembravamo persone serie, si era fatto carico, tramite un amico, di indicarci il palazzo giusto. Come in una caccia al tesoro, Stefania risolse alfine il bandolo della matassa che ci permise, chiedendo qua e là, di accedere ad un sotterraneo dove, in fondo ad un corridoio c'era un ufficio con una grata di sbarre lucenti. L'addetta, alla vista di due stranieri spaesati ma decisi, si risvegliò dal torpore postprandiale e cercò di esibire quello che riteneva essere un sorriso. Scoprì quindi due arcate dentali, completamente ricoperte di acciaio inox, che seppure inquietanti, non ci furono d'ostacolo, anzi i biglietti per il pomeriggio furono staccati senza ulteriori problemi. Al momento di pagare, esibimmo la mia carta di credito Visa. Squalo (ormai l'avevamo battezzata così) rigirò tra le mani il rettangolo di plastica con aria interrogativa, che non mutò anche alla successiva presentazione di carta American Express, chiedendo cosa dovesse fare di di quei curiosi oggetti. Alle spiegazioni di Stefania illustranti l'utilizzo della carta di credito, scoppiò in un riso irrefrenabile, chiamando a sè i suoi sodali, una biondotta slavata che si stava coprendo di rossetto consistenti porzioni di epidermide ed uno scurissimo figuro con un unico sopracciglio cesposo che gli incorniciava entrambe le arcate. Vollero ancora farsi spiegare più volte l'utilizzo del mezzo, senza voler credere che dei matti volessero comprare biglietti mostrando dei pezzi di plastica. Con i dollari che avevo come di consueto nascosto nella tasca da mutanda, risolvemmo il problema e lasciammo il luogo seguiti dai lazzi dei tre che ci davano degli italiani burloni. Attraversammo la città scalcagnata come la Zhigulì che ci portava all'aeroporto nuovo di zecca, inaugurato da pochi giorni, tutto marmi italiani, telecamere, scale mobili e porte scorrevoli automatiche. Il gabelliere mi succhiò ulteriori 50 dollari adducendo imprecisioni nelle papke di espatrio, quindi uscimmo verso la porta che ci avrebbe consegnato al tunnel dell'aereo, alla libertà. Purtroppo la porta automatica non si aprì, non funzionava, come la quasi totalità dell'aeroporto. Quando giunse un omino per sbloccare il meccanismo ed aprire le ante, corremmo verso la salvezza. La puzza di gatto morto ci seguì fino a Mosca.

Cocoons


Gospadin Bulik era un Karachaijevo allampanato, sempre stretto in un cappottino liso e leggero, anche in gennaio. Aveva una barbetta rada ed i capelli corti sotto un cappello di pelle nera di antico uso, al di sotto del quale, due occhietti da faina ti esaminavano, sempre un po' in tralice. Andrej assicurava che avesse potenti contatti in Asia centrale, ma quando eravamo andati nel suo ufficio, un buchetto scuro in una specie di conteiner di compensato, non ci aveva fatto una grande impressione. Si occupava soprattutto di trading di cotone dai paesi di lingua turchesca che dominava assai bene, parlando sempre con voce cupa e bassissima. Era un affare grosso quello che aveva per le mani. In Turkmenistan venivano prodotte grosse quantità di bozzoli da seta che, per la mancanza di macchine adatte andavano per la maggior parte perduti. Un progetto ambizioso, da almeno 5 milioni di dollari. Avevamo lavorato per mesi all'idea, con una interessante triangolazione che lo rendeva molto competitivo. La prima parte delle macchine per trattare i bozzoli venivano acquistate in Cina (l'unico posto dove venissero ancora prodotte), mentre quelle più sofisticate della seconda parte dell'impianto, le avremmo ordinate a Como, centro della lavorazione della seta. Noi saremmo stati i main contractors del progetto e del commissioning. Bulik ci confermò con mezze ammissioni che l'offerta era molto piaciuta. Era quindi venuto il momento di chiudere il contratto. In una gelida mattina di gennaio, ci ritrovammo quindi nel cadente stanzone di attesa (sala è un po' troppo) dell'aeroporto di Mineralnije Vady nel Caucaso, con Stefania, Andrej e Bulik, seduti sulle panche di faesite scrostata, prima di salire sul gigantesco Iljiushin per Ashgabad. Saremo stati al massimo una trentina e le hostess (nessuna di peso inferiore ai cento chili netti) ci fecero sedere tutti in fondo all'aereo, in una tremenda puzza di gatto morto, in quanto pare che quel modello decollasse meglio se ha tutto il peso in coda. In qualche modo il volo si concluse positivamente, depositandoci in Turkmenistan in condizioni igieniche deprecabili. Pensavamo di rassettarci alla meglio in albergo, ma l'orrenda bicocca scelta da Bulik, a suo dire il meglio che offriva la piazza, ci depresse ulteriormente. Come di consueto, il figuro al bancone fece un sacco di problemi; infine riuscimmo ad ottenere almeno due stanze col pavimento coperto di scarafaggi morti e bucce secche di mandarino . Demmo la migliore, se così si può dire, a Stefania, già molto innervosita, io mi presi l'altra, mentre i nostri due, adducendo varie scusanti, si arrangiarono nel ricovero della dejurnaija, una matrona imbellettata che esibiva una nona sotto una maglietta pelosa di angora cinese. Mi rinchiusi, dopo che un topo, ma piccolo, era sgusciato nel corridoio, vagamente illuminato da fioche lampadine, in maggioranza bruciate o mancanti del tutto. Una notte difficile, circondati dalle orde dei germi dell'Asia Centrale, ultimo rifugio della peste bubbonica. Fu un risveglio doloroso, essendo poco praticabili le toilettes, con un tentativo di colazione con cetrioli in composta, pane cementizio e smietana. Alle dieci ci aspettava il cliente per illustrare il progetto. Era in ritardo, ma quando arrivò, la delusione ci fece quasi cadere tutta la documentazione che avevamo accuratamente preparato. Ci si parò innanzi una specie di pastore asiatico leopardiano, male in arnese, con una dubljionka spelacchiata da cui spuntava una giacchetta stazzonata, che spiegò a Bulik come il progetto andasse benissimo, mentre alla mia insistente e dubitosa domanda - Dienghy iest? - (ma i soldi ci sono?) fece spallucce, dicendo che dovevamo andare in banca per il finanziamento. Stefania mi lanciava occhiate interrogative, io cercavo assicurazioni da Andrej che a sua volta le chiedeva ad un sempre più impenetrabile Bulik. Giungemmo alla banca prima di mezzogiorno ed il nostro pecoraio, che per tutto il tragitto ci aveva illustrato le montagne di bozzoli in attesa di essere trattati, fu ricevuto con Bulik in direzione. Dopo un quarto d'ora, i due uscirono a testa bassa, cercando di guadagnare l'uscita con lo sguardo bastonato del cane a cui è scappato il gregge. Il direttore si avvicinò a noi con aria di scusa e ci spiegò che il nostro cliente non aveva ben chiaro come funzionassero i finanziamenti e che aveva creduto che, complice la perestroijka, fosse sufficiente andare in banca a chiedere il denaro (5 milioni di dollari) per ottenerlo! Era assai spiaciuto perchè riteneva il progetto molto interessante, ma come tutti i banchieri, in mancanza di garanzie... allargò le braccia. Inseguimmo i due e caricammo di contumelie il pastore, che se la filò in fretta promettendo futuri e certi finanziamenti, magari in miliardi di tenghé, la valuta locale, Bulik che ci aveva trascinato in quella sciocchezza, costataci tanto impegno e Andrej che non aveva controllato la serietà della cosa. Lasciammo Bulik al suo destino e quando tempo dopo ci contattò per proporre un ricco baratto di venti chili di veleno di api e bile di orso in cambio di impianti, staccammo il fax per non sprecare carta.

Il rasoio a due teste

Era magrissimo il nostro contatto di Kharkov, secco e allampanato, il viso scavato con una barbetta semi incolta sugli zigomi appuntiti, gli occhi neri ed infossati ancor più evidenziati da spesse lenti. Pareva uscito direttamente da Delitto e castigo, con il suo cappottino nero, stretto e leggerissimo nonostanteil gelido inverno ukraino. Così quel mattino, stando impettito, con i folti sopraccigli aggrottati, ci annunciò, come sempre a bassa voce, che ci avrebbe ricevuto il direttore di un grosso Kombinat che aveva un progetto interessante per le mani. Uscimmo, calcandoci le schapke in testa, nel gelo sferzato dal vento teso della pianura, e in una mezz'ora una Zigulì malandata ci scaricò dentro la fabbrica. Il glavny ingenier ci fece fare il giro di ricognizione, mostrando anche quello che non poteva nascondere: montagne di materiali abbandonati, macchinari decrepiti, presse Quassy anteguerra, patina di ruggine a ricoprire ogni ferro visibile, maestranze qua e là assorte a fingere di lavorare. La fabbrica produceva rasoi elettrici (ne avevo appena comprato uno di campione ai magazzini Zum in centro al prezzo di circa un dollaro) ed il progetto, nell'ambito delle nuove possibilità previste dalla ventata di liberalizzazione economica della glasnost, era produrre un nuovo modello, copia esatta del Philips, da esportare in valuta, per cui occorreva la fornitura di una serie di stampi. Il direttore e il presidente in gran pompa ci spiegarono il progetto. Era gente giovane e tutto sommato sembravano determinati a entrare con decisione nel nuovo corso. Parevano decisi a cogliere le opportunità nel nuovo vento che irrompeva in una URSS squassata dai propri problemi profondi. Mentre ci illustravano minutamente l'idea, andammo nella stalovaija aziendale, dove in una saletta VIP, un rubiconda operaia travestita da cameriera ci servì i piatti più ghiotti della mensa, tra cui il famoso pollo alla Kiev, ripieno di burro fuso che morso con disattenzione colò improvvidamente a macchiarmi la cravatta tra l'ilarità generale. Ma nella trattativa commerciale, tutte queste cose fanno simpatia e infatti, terminata la bottiglia di vodka eravamo tutti molto in sintonia, tranne il nostro magrissimo Alexey che senza appoggiarsi allo schienale della sedia beveva con metodo, senza ridere, limitandosi di tanto in tanto a proporre una pridladjenija all'amicizia tra Italia e URSS, levando il bicchiere che poi beveva tutto d'un fiato con grande serietà. Aumentata la confidenza, andai più a fondo nel progetto, chiedendo agli aspiranti capitalisti che prevedevano di vendere il nuovo rasoio a 10 dollari (e già brillavano loro gli occhi, resi più tondi dai sorsi di vodka Gorilka) quali fossero i costi di produzione che avevano calcolato, per capire in quanto tempo potevano rientrare dell'investimento. Mi guardarono con occhio sospetto, poi, dopo una lunga pausa il Presidente sbottò: "Ma perchè, è proprio necessrio saperli questi dati?". Gli spiegai che se il costo fosse stato di 11 dollari forse il business non sarebbe stato molto valido. Lui ci pensò un po', poi guardando sconsolato il direttore, emise un lungo sospiro e si aprì la diga. "Gospadin Enrico (tovarish già non si usava più), noi cerchiamo di adattarci al nuovo corso, ma non è facile. Un tempo il piano ci diceva che dovevamo produrre 100.000 rasoi all'anno; ci mandavano tanta plastica, tanto filo di rame e tutto il necessario; noi li facevamo sempre uguali e qualcuno se li veniva a prendre e se li portava via, che funzionassero o no. Se la roba non arrivava in tempo o se non se li ritiravano e stavano a marcire sotto la neve , ufficialmente era come se li avessimo prodotti; mettevamo la foto degli operai meritevoli ogni mese nella bacheca e tutti erano contenti. Adesso tutti si lamentano; le operaie vogliono più soldi (e qualcuna fa anche difficoltà ad essere, diciamo così, gentile con i capi), bisogna preoccuparsi che arrivi la materia prima, studiare un nuovo modello come se quello vecchio non tagliasse la barba, vero Kolija che la taglia benissimo? -e il glavny ingenier assentiva col capo- preoccuparsi di venderlo e adesso arrivate voi e ci raccontate che bisogna anche preoccuparsi di quanto costa farlo. Darogoy Enrico, per noi è troppo dura, non so ce ce la faremo a star dietro a tutto questo". Ce ne andammo in un turbinio di neve guidati da un sempre più impettito Alexey, una figura nera e sottile che ci traghettava verso l'uscita, tra i capannoni del zavod. Quel rasoio mi sta funzionando ancora adesso, seppure in modo approssimativo e lascia le guance rosse e irritate come la carta igienica dell'epoca che si chiamava "la vendetta di Stalin", ma ultimamente mi faccio poco la barba.

Luna ingannatrice

Si era da poco dissolta l'URSS e l'inverno del '93 non era particolarmente rigido per la Bashkiria. Eravamo partiti da Ufa verso le 4 mentre il buio della notte invernale era quasi sceso completamente e la luna faceva capolino dagli Urali poco lontani, circondata da un gelido alone . Koljia, l'autista, era un buriato con la faccia schiacciata da orientale che lo facevano apparire senza espressione. L'ingegnere capo Komarov era seduto davanti e ciondolava la testa, particolarmente allegro. Io e Gianni, dietro con una valigia in mezzo che serviva anche d'appoggio per le lunghe ore di viaggio. La Zigulì correva spedita lungo la strada deserta e gelata, circondata da interminabili foreste di betulle bianche, coperte di neve e ghiaccio. " Vedi, Koljia, tu non ti puoi rendere conto di come sia in Italia. E' un altro mondo, tutte altre possibilità. Noi qui viaggiamo per ore nel nulla e ci siamo portati dietro solo una scatola di cetrioli salati in composta; laggiù, quando vuoi ti fermi in certi posti lungo la strada che si chiamano Avtogril e lì c'è tutto. Tutto quello che puoi sognare". "Ma come tutto?" gli occhi di Koljia sembravano due fessure . "Tutto. Ci sono le pompe della benzina; 10,20 pompe diverse e tu puoi prendere tutta la benzina che vuoi" "E sì, se conosci il responsabile delle pompe..." ridacchiò l'autista."No,no, tu ti fermi, dici -pieno- e ti mettono tutta la benzina che vuoi fino a che il serbatoio trabocca". " Ma non ha senso, allora tutti andrebbero con il bagagliaio pieno di taniche da riempire e non solo con una come noi!". "Ma testone, non servono le taniche; se te ne serve altra, ci vai domani" . "Ma ingegnere capo Andrej Ivanovic, allora non servirebbe neanche tenere la scorta a casa" . "Appunto. Ma questo è solo l'inizio, se vai nel negozio, ci sono ricambi per tutti i tipi di macchine, che saranno più di cento in Italia" Il buriato ciondolava la testa per non contraddire il capo e intanto pensava ai tergicristalli tenuti gelosamente sotto il sedile per evitare i furti. "E poi il Restaurant, anche lì non cci sono solo te e butterbrodi di cetrioli, ma puoi avere cosa vuoi, Coca Cola ,patate, caffè, tutta roba buonissima e poi viene il bello. Non puoi uscire da dove sei entrato, ma devi fare un giro dentro tutto il Markiet perchè così ti viene voglia di comprare qualcosa, me lo ha spiegato Djanni che ci accompagnava". "Ma a che serve? Io avrei già voglia di comperare tutto! E cosa c'è da comprare?" "Ogni cosa, montagne di salami, vino, liquori di tutto il mondo" "Anche Amarietto?" disse Koljia con occhio languido. "Certo e formaggi a mucchi, di venti, forse trenta tipi diversi; uno puzza talmente che non lo puoi toccare...pravda Djanni, diteglielo voi?" "Pravda, Pravda" rispose Gianni aprendo un occhio assonnato. "Ma a che servono tutti quei formaggi diversi, ingegnere capo Andrej Ivanovic, e quello che puzza chi se lo mangia?" "Ma non capisci niente! E' il progresso Koljia". "E a Venezia ci siete andato?" "Certo anche sulla gondola, ma lì le case sono tutte vecchie e rotte. Guarda qua invece, la foto che ci siamo fatti con Dmitri Vitalievic Fiodorov all'Autogrill vicino alle pompe di benzina. Guarda quante." Koljia sbirciò la foto tenendo d'occhio la strada, poi si richiuse nel suo riserbo consueto. Komarov, si allungò sul sedile, estrasse la bottiglia di vodka Na Traix dal vano portaoggetti e ne bevve un bel sorso. Poi sorrise. "Se prendiamo l'altro impianto, si va di nuovo in Italia, eh, gospadin Enrico? E poi l'ho già detto a mio figlio, appena finisce quel cavolo di Università, lo mando a Mosca. Conosco un sacco di gente lì e potrebbe anche farcela con un po' di appoggio, come quel suo amico, quel ragazzo di Nalcik che in pochi mesi fa già il cameriere capo al MacDonald nella Majiakovskaia...". Arrivammo a Jangantau che era già notte fonda, uscendo dalla macchina infreddoliti e assonnati. La luna era alta e luminosissima nel cielo sopra le betulle.