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venerdì 23 ottobre 2009

Odore di formaggio.


Che lunghi i treni russi! Non se ne vede la fine, né la locomotiva che scompare lontano, in cima al binario nel buio della notte. Salimmo nella vettura numero 6 trascinando il bagaglio alla ricerca del nostro scompartimento. Non c’era la vettura coupé con gli scompartimenti da due e il nostro aveva quattro letti che avevamo acquistato in blocco per poterci barricare dentro al sicuro. Ci mettemmo subito nella cosiddetta tenuta da viaggio, pantofole e tuta a più strati. Il viaggio in treno in Russia ha una valenza diversa che da noi; a meno che non si tratti di una eletricka locale per pendolari che si muove entro i cento kilometri; così i viaggi in treno sono infiniti e possono durare giorni. Si dice là che cento anni non sono un tempo e cento kilometri non sono distanza. Gli spazi sono infiniti e uguali, le ore non hanno lo stesso valore. Ci si prepara ad affrontare questo momento come un periodo della vita da trascorrere comodamente, se possibile. Il numero di strati della tuta è riferito alla possibilità di trovare temperature molto differenti tra di loro, la presenza variegata di ogni sorta di pantofole giustifica la terrificante puzza di formaggio andato a male che aleggia nell’aria viziata dei vagoni, dove i finestrini sono tutti bloccati a causa del freddo esterno. Per fortuna dopo una ventina di minuti il cervello si adatta e la puzza scompare dalla mente in modo automatico. Già il freddo. Normalmente ci si aspetta che lo scompartimento sia una specie di forno ad oltre trenta gradi, ma quella volta, come altre, il riscaldamento funzionava poco mentre la temperatura esterna continuava a scendere. Quindi equipaggiamento pesante, mentre sul finestrino i fiori di ghiaccio delicati e leggeri si allargavano sulla superficie. Però non eravamo stati fortunati, dal nostro schermo sul mondo esterno adesso buio e gelato, penetravano sibili di aria tagliente. Utilizzammo quasi tutto il nastro adesivo che avevamo con noi per le emergenze, al fine di chiudere buchi e fessure. Il treno si mosse adagio e silenzioso, prima di lanciarsi verso sud sul binario infinito. Avevamo ormai sparso le nostre cose per rendere più umana la nostra permanenza in quel luogo ostile, quando la capa vagone, una nanerottola infagottata in una divisa sciatta e sgualcita di due misure più grandi del necessario, bussò alla nostra porta e con occhio astuto ci comunicò che essendoci due posti liberi ci avrebbe mandato altri due passeggeri. A nulla valsero le proteste di Zhenja che mostrò, biglietti alla mano, di aver pagato per quattro posti. Si accalorava per difendere la posizione, ma dal tono della voce dimesso capivi l’inutilità dell’ opposizione al potere. La voce della guardiana del gulag era tagliente: – Tovarishy, se ci sono posti vuoti ho il dovere di riempirli.- Usava ancora l’appellativo compagni, che stava cominciando ad andare in disuso in quel momento di disfacimento delle regole e dell’ordine. Discutemmo un po’, ma la graduata , che si calcava continuamente il cappellaccio sulle ciocche di stoppa grigia che le uscivano sulla fronte, sembrava irremovibile. Solo la vista dei rubli, la ammansì. Ci accordammo per mille rubli che si ficcò in una tasca interna della giubba mentre trascinava il suo culone lungo il corridoio, fino al suo stambugio. Finalmente soli, cercammo di distenderci a riposare un po’ mentre le scosse del treno erano diventate un ritmo regolare e quasi amico e il mondo esterno una cupa caligine sconosciuta.

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